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percorsi d'arte, di teatro, di vita


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domenica, 21 ottobre 2007

I beg your pardon

Questa notte vorrei soltanto perdermi nella musica.
Lasciare morire tutto.
La parte più triste non è mai tanto la fine quanto l'inizio.
Mai quanto l'inizio.


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venerdì, 06 luglio 2007

A Valeria, Pascal e Berio. Any Better?

Dal Pippo Chennedy Show


Ringraziando Pascal,
che ha fatto scoprire a tutti il vero senso di Luciano Berio .


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giovedì, 21 giugno 2007

Stuck (And when it rains it pours, I swear)

And so they say.
E se piovesse così forte da lavare tutto e renderlo più nitido?

Matteo è un bambino che piccolo, piccolo sul serio, non lo è mai stato.
Nè per dimensioni nè tantomeno per quell'incoscienza che caratterizza la tenera età.
Chiaro e forte nei suoi desideri, deciso e preciso nelle scelte, ha passato tutte quelle tappe standard, in cui ogni bivio si fa pesante, con la più consapevole delle inconsapevolezze. Guidato da passioni più forti di lui non ha mai trovato così "difficile" prendere decisioni, così come ha sempre trovato esagerati quegli accennati e passeggeri attacchi depressivi dei coetanei alle prese con le scelte di cui sopra.
Cristallino andare a destra, palese la svolta a sinistra, banale il proseguire diritto per almeno altri cento metri. E così via.
Accellerazioni continue, strade sempre più delineate all'orizzonte e segnali sul percorso che rincuorano e fanno proseguire sereni. Questo è stato fino ad oggi.
Poi ci si sveglia e ci si sente piccoli.
Tanto piccoli che non si ha voglia di mostrare ancora una volta quella maturità che fa uso della logica, che esclude l'improbabile, che conduce sulla giusta strada. L'apnea dettata dalla logica sembra essere finita e riemergere è stato più doloroso di quello che si potesse pensare.
Forse il problema è soltanto che questa volta la scelta non prevede altri bivi con la svolta per tornare sulla strada principale. Forse il punto è che ci sono inequivocabili segnali ai quali si può solo rispondere affermativamente.
Forse, forse, forse.

I'm stuck.
The grass ain’t greener on the other side.
I knew you would return once you saw the real deal




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domenica, 06 maggio 2007

Citazioni

"Ogni mattina ci viene offerta l'occasione di cambiare la nostra vita. Per questo mi alzo tardi."


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domenica, 22 aprile 2007

Pulizie di primavera


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Visto che è primavera, visto che si svuotano gli armadi, si perdono i chili di troppo, si alleggeriscono gli attaccapanni, mi sembra doveroso fare delle degne pulizie anche laddove lo sporco si annida e nemmeno lo Swiffer sembra poter nulla contro quella fastidiosissima lanuggine. Apriamo le finestre in tutte le camere, persino in quelle con "c" maiuscola e battiamo forte tutti i tappeti così da avere un Parlamento più salubre.

Eccomi insomma a promuovere una campagna di Beppe Grillo, che come racconta la cronaca e le sue ultime righe del blog, insieme ad altri facinorosi "pensionati" come Gino Strada, sta mettendo un pò il becco dappertutto. Ma insomma, si sa che la pensione è una brutta compagna ed il tempo in qualche modo va passato. E noi, paese dove i pensionati sono più delle foto di Corona's, ci teniamo a delegare a loro l'attività democratica e politica del nostro paese, specialmente in giorni in cui la classe addetta è così impegnata in importanti cerimonie da lupetti scout, da concludere rigorosamente in comunione di intenti, e liberazione da ingombranti estremisti così Politicamente Depravati.

"Onorevoli Wanted" è un'iniziativa di www.beppegrillo.it

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sabato, 14 aprile 2007

Quella LA-VAN-DA-RA della Fist Lady!

Da Allacciate le cinture de Il Trio

Svecchiando e smentendo l'aria che tira qua dentro vi propongo un pezzo della Marchesini/Lollo in una rilettura del trio de Il Giardino dei Ciliegi. A parte il fatto che anche solo per quella LA-VAN-DA-RA della Fist Lady il tutto merita la visione, ma io dico, è mai possibile che una volta in tivvì passavano roba di siffatta specie? Ed è possibile che si debba essere nostalgici a poco più di vent'anni?
 Scusate un attimo...
dove?
Cosa?
Ahhhh...c'è la MI SORELLAAAAAAAAA!





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Conclusioni minimaliste

Non vorrei contribuire ulteriormente all'atmosfera mortifera del mio blog, ma un omaggio lo si deve.


Sol Lewitt è morto l'8 Aprile 2007.

visual arts commenti

domenica, 04 marzo 2007

Milva - In Territorio Nemico


Orgasmi di melodia e poesia


”Scrivere una canzone significa ogni volta cercare di diventare un’altra persona (…) Poi, se si è fortunati, un artista le prende (‘le parole’ N.d.t.) e le porta  con sé per rinnovare ogni volta la grande magia dello spettacolo che, come la vita che rappresenta, ad ogni costo deve continuare.
Infine, se si è molto fortunati, quell’artista è Milva”
 

 

 (Giorgio Faletti)

 

Il 72° disco di studio di Milva si apre nel modo a lei più consono.
Qualcosa di simile ad un song, una canzone che sembra un po’ ispirarsi alle varie composizioni di Weill alle quali si è dedicata nel lungo lavoro con Giorgio Strehler sui testi di Brecht e che presenta dalla prospettiva femminile il rapporto liricamente consumato tra uomo e mare. Quell'impossibilità del vivere che paragonata alla forza dei moti del mare non permette "né a gloria né a voglia" di trovare un senso.

L'intensità che inizia questo percorso musicale e lirico targato da cima a fondo Giorgio Faletti si snoda in tutti i pezzi e crea un filo "rosso" che non solo metaforicamente unisce il progetto, di per sè composto di diverse anime.
Ce n'è una venata di sociale, senza mai e dico mai farsi retorica, che corre tra il cecchino di "Tre sigarette" fino alla delusione di "Mio Fratello non trova lavoro" che forniscono scorci apparentemente anonimi e avvolti più di forza poetica che di critica, nascondendo una doppiezza di senso a cui Faletti nei suoi sparuti sipari canori del passato ci aveva abituato.

Tra queste parole si respira una strisciante voglia di dignità umana da ritrovare laddove sembra ormai un miraggio al quale guardare con nostalgico rimpianto.
La stessa forza d'animo che riscatta anche chi ha votato la propria vita all'arte senza poterne mai cogliere i frutti più tangibili attraverso fama e successo.
Con “The show must go on” sulla melodia un po’ epica e un po’ ruffiana ed esaltata dal coro gospel che innalza, almeno per una volta, i tanti protagonisti chiamati in causa da questa sorta di inno che rappresenti ogni singola delusione che costella la strada di chi sceglie di mettere la propria passione al servizio del “crudele” show business descritto autobiograficamente dall’autore (“there’s no business like show business” verrebbe da dire).

Faletti nel comporre sceglie di sfruttare l’intenso registro di quella che è forse la più grande interprete italiana di tutti i tempi, conducendo il disco anche verso atmosfere che ammiccano, sottintendono e citano cose più alte, come nella traccia d’apertura. Con “Jacques” invece si evoca la Brest di Josse, di Prevert e di Fassbinder. Come una Lysianne, Milva interpreta vocalmente densa e sporca di vita questa canzone che sembra attendere soluzione nell’attracco di un porto forse non troppo lontano da quello di Querelle che “profuma” di sudore, di sangue e di passione.
Quando Milva parla dell’orgasmico presente nelle canzoni del suo autore poi, non ci si può non ricollegare alla sensualità matura e pesata di “Rovente”, dove si cresce di consapevolezza nel pensiero che come la linea melodica corre rotondo attorno all’oggetto del proprio desiderio.

E se si parla d’amore “La mosca bianca” si staglia d’acchito sul resto.
Gli archi sostengono leggero un crescendo strumentale dove si posa un testo forte, rancoroso che libera una rabbia profonda legata ad un passato che come un’ombra sembra potersi vedere ancora chiaramente solo su un muro terso di bianco.

Ci si sofferma per un attimo a pensare come una voce come quella di Milva nella sua versatilità diventi teatrale, leggera, avvolgente al lieve cambiare di senso o di andatura scartando continuamente l’orecchio di chi ascolta e conferendo di volta in volta alle canzoni la loro specifica dimensione. Quella di “Maledetto” ricorda vagamente la realtà dei film di Almodovar, quelli in cui le donne sono spudoratamente a tuttotondo, uno di quelli dove emerge la verità della vita di una donna che mostra tra le pieghe della sua storia il dolore privato e la coscienza del sapere cosa vuol dire amare.

Il dramma è qualcosa che naturalmente sgorga dalla voce di Milva, apparentemente senza fatica, come l’intuito di un’attrice consumata che sa far vivere le parole, dove nella loro giustapposizione, compongono una poesia. I testi di Faletti hanno la dolcezza di sembrare sempre naturali, spontaneamente narrativi nella loro superficie di lirismo, anche nella ricerca di immagini che mantengano intatta la direzione di ogni percorso intrapreso.

E per citare l’emotività fragile di “Cambio d’identità”, “tutto ciò sembra normale/pare che non serva mai/ma io per come sono io/ci credo ancora”. Come non si stenta a credere alle parole di Faletti quando afferma in apertura di essere stato molto, molto fortunato ad aver trovato Milva.

Matteo L.

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sabato, 11 novembre 2006

Ogni cosa è illuminata




Se il nostro passato è la trama del nostro presente e ogni cosa del nostro vivere quotidiano è illuminata da ciò che è stato, questo film non avrebbe potuto dirlo meglio.
Si conserva, si ricorda, si archivia nella nostra memoria per non dimenticare è vero, ma lo si fa soprattutto per non vivere l'inconsistenza dello spazio e del tempo che ci circondano immersi nello scorrere inconsapevole delle cose che ci accadono.
Johnson ha assunto questa voglia di ricordare come pratica di vita, tanto da meritarsi il soprannome di "collezionista" per la sua irrefrenabile mania di cogliere l'attimo, ma senza necessariamente assaporarlo tattilmente, quanto scansandosi un pò di lato, e come un poliziotto di una scientifica, riporlo in  una sterile bustina trasparente.
Dall'altro lato del mondo, la sconosciuta Ucraina lo attende per dargli il carico piu grande di passato che nella sua vita fosse mai riuscito a collezionare.
La sorella di Augustina ha altrettanto scientificamente raccolto il testamento di un eccidio a cui il nonno è scampato, ma solo con il corpo, perchè la sua storia è stata interrotta con quella strage, cosi come la storia di tutti i morti dell'accaduto, compresi quelli che, ancora non giacciono con gli altri sotto terra.
Un passato cosi immenso da non lasciar vivere - come spesso si dice parlando dei sopravvissuti all'olocausto dei campi - quando l'esistenza di chi è rimasto sembra doversi identificare con il ruolo della memoria, ad ogni costo, privando questi di ogni possibile nuovo abbozzo di vita, pochè la luce che proviene dall'interno è troppo forte per dare modo all'esterno di estendersi in nuove prospettive possibili.
Ecco intrecciarsi alla propria esistenza il mestiere del ricordo, che egoisticamente richiede di non essere lasciato come parziale occupazione, ma rivendica prepotentemente ogni briciolo di fiato ed ogni gesto possibile, quando la parte in ombra è ancora troppo grande.
Il paese che quando incontra la Tracia, assume una connotazione paradisiaca, nasconde ferite, fosse comuni, ecatombe sepolte dalle quali far risorgere chi ha visto e rimosso, chi ha ignorato troppo a lungo e chi sta cercando una nuova consapevolezza per la propria vita, al fine di dare corpo a tutte quelle disperate promesse sepolte sulla riva di un fiume, "nel caso" in cui qualcuno venisse mai a prenderle.
Quello che nella pellicola si sviluppa per immagini, metafore e e sintetizzazioni quasi sceniche che spingono sul lento logorio di chi sta andando à rebour nella propria esistenza, è un esercizio che prende corpo tra le leggerezze di una commedia dalle sfumature yiddish e che progressivamente ripara nella solennità di un dramma da digerire in comodi capitoli, dove l'ultimo è il piu luminoso e angosciante di tutti, perchè attraverso l'esperienza riportata in chiaro, tra i girasoli della Tracia, ha tolto l'effimero stantio della superficie per mettere a nudo degli uomini, farli dialogare e ridare loro l'esistenza di cui avevano perso la direzione
In conclusione: tanto piu buio rimane il passato, tanto piu siamo privi di un riflesso di luce nell'incognito del presente.

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domenica, 22 ottobre 2006

Fur: un ritratto immaginario di Diane Arbus



Immaginate di amare profondamente l'opera di un'artista che voi credete fondamentale per gli avvenimenti storico artistici del recente passato, e immaginate allo stesso tempo che abbiate la possibilità di trarre un film da un romanzo che vede quest'artista protagonista di una biografia immaginaria.
Credo che Steven Shainberg si sia trovato esattamente in queste fortunatissime (per noi) condizioni ed ha realizzato una wunderkammer visiva in cui far muovere un personaggio difficile come Diane Arbus.
Il frangersi di continuo delle unità spazio temporali abitua lo spettatore fin dalle prime sequenze, ad un galleggiare dell'esistenza dell'artista e dei comprimari, i quali vengono resi in un colorato, preciso ed esagerato quanto basta, piccolo loro mondo.
Le allusioni ad una ambientazione che la reale Arbus, poteva realmente abitare, ci sono tutte, ma si preferisce procedere con questo feuilleton nel quale la grandezza della novità che si vuole narrare è alleggerita e comunicata per similitudini, omaggi e sfumature, dimostrando umiltà, quella di chi si muove con rispetto.
E' quindi molto simile ad un'astrazione nella quale cercare di inanellare per simboli ed episodi spesso fittizi, quell'humus che precede il principio creativo, qua quasi del tutto assente poiché  fuori dalla lente dell'autore.
Spogliati delle certezze biografiche che date, nomi, accadimenti potevano suggerirci, ci si arrende all'immaginifico di un percorso inventato e suggestivo nella mente di una donna al culmine della propria sopportazione verso le frustrazioni che le hanno incorniciato la vita fin dalla culla.
Diane esplode nel vestito grigio dèmodè: non regge lo sguardo di una madre borgeousie
programmatrice della sua vita tanto quanto lei si è annullata per riuscire ad entrare nel quadretto familiare agognato da chiunque donna del suo tempo ( "io non posso fare questo, io sono tua moglie" nel pentimento dopo lo sfogo della sua repressa voglia di mostrarsi nuda e senza orpelli da una finestra di Manhattan; e singolare anche il confronto con l'aspirante assistente)
La donna a cui Diane presta il nome è una Kidman maestra nel progressivo allentarsi della pulsione, nell'esprimere quella tensione propria di chi secerne dal proprio io un'immagine ormai logora e pronta a cadere in favore dell'ignoto dei propri istinti, i quali è inevitabile spaventino.
La paura è fugace e lascia il posto alle curiosità di chi ama davvero l'umano nella sua interezza, al di fuori della patinatura, e ne vuole capire i sapori, coglierne le sfumature e soprattutto assaporarne il gusto.
Comincia qua la trottola non di un reportage nell'underworld, ma di una totale e sincera immersione in questo addirittura priva di macchina, solo attraverso le mani di un "caronte" che è venuto ad abitare in metaforico "piano di sopra", si riscopre un senso all'esistenza, al riascoltare timido delle proprie voglie, da quelle più pruriginose a quelle incontrovertibili.
Chi traghetta è Lionel (Robert Downey Jr.) l'ipertricotico dandy che apparecchia un circo fatto delle possibili fantasie di chi aspetta di essere portato alla veglia, nello specifico l'artista, la quale giace nella naïveté di chi ancora attende di superare il proprio limite, fatto di nemmeno troppi intricati rimandi psicanalitici, risolti filmicamente da delicati montaggi dal sapore analogico.
Una metafora dolcissima, popolata piano piano dei personaggi che la Arbus ha fatto propri, prima di eternarli nel suo "immenso" formato quadrangolare.
"Fur" chiude il cerchio fantastico aperto sull'occhio della Arbus, riportandola alla sua dimensione, in un set aderente ai fatti, quello da cui tutto è cominciato, ma non prima di aver affondato/sedimentato sul fondo del mare e della vita della, cito, "forse più grande artista del ventesimo secolo" il suo amore segreto dagli occhi profondi, immagine potente di tutto il suo inspegnibile desiderio di umanità, colta solo dove,  la si poteva davvero sentire.
Grazie Diane.

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